Le decisioni più pesanti, quelle capaci di dividere un ambiente, fanno parte della storia di Sir Alex Ferguson. L’ex allenatore del Manchester United ne ha parlato alla Bbc, ripercorrendo alcuni dei momenti che hanno segnato una carriera irripetibile. Tra questi c’è anche la cessione di Paul Ince all’Inter, operazione che all’epoca provocò la rabbia dei tifosi, arrivati persino a minacciarlo: “Non venderlo, o te ne pentirai”.
Ferguson, però, non ha rimpianti. “Paul era un calciatore straordinario, non c’è dubbio”, afferma Ferguson. “Aveva doti incredibili, ma all’epoca avevo la sensazione che si stesse lasciando un po’ trasportare dagli eventi”. Quando arrivò la proposta dell’Inter, il tecnico iniziò a valutare concretamente la possibilità di lasciar partire il centrocampista. “L’offerta salì da 7 a 7,5 milioni di sterline e dissi: Facciamolo. È questo il compito di un allenatore. Devi prendere decisioni difficili, e alcune scelte non piacciono a tutti”.
Nella lunga conversazione c’è spazio anche per un passaggio molto più personale. Ferguson è tornato con la memoria al maggio 2018, quando un’emorragia cerebrale mise seriamente a rischio la sua vita. Il recupero fu complesso, soprattutto per la perdita della voce. “Avevo perso la voce; non riuscivo a parlare. Ricordo che i miei nipoti vennero a trovarmi e io non avevo voce”. La terapia gli permise progressivamente di recuperare: “Poi arrivò una terapista e iniziò a farmi fare esercizi, come scrivere i nomi di uccelli, animali o fiumi. Così la voce è tornata”.
A quasi 85 anni, Ferguson racconta oggi quella fase della propria vita con maggiore distanza. “Mi sento piuttosto bene, nonostante qualche piccolo acciacco”. Nei prossimi mesi arriverà anche il nuovo libro, Games of My Life, nel quale ha scelto di raccontare 21 partite particolarmente significative, pescate dalla sua esperienza da calciatore e da allenatore.
Il viaggio parte dalla Glasgow della sua infanzia operaia e arriva fino agli anni del dominio del Manchester United. Tra i ricordi più lontani c’è la prima finale vinta con la Govan High School nel 1955, quando aveva appena 13 anni. “È stato il mio punto di partenza”.
Anche gli inizi da calciatore furono tutt’altro che lineari. Dopo l’esordio a 16 anni con il Queen’s Park e un periodo complicato al St Johnstone, Ferguson arrivò a pensare di lasciare la Scozia per trasferirsi in Canada. “Non mi divertivo. Non giocavo in prima squadra; ero sempre con le riserve”. Poi arrivò l’occasione che cambiò tutto: convocato da titolare in una squadra decimata dall’influenza, realizzò una tripletta.
Da quell’episodio Ferguson ricava ancora oggi una lezione per i più giovani: “Ai giovani direi questo: non lasciatevi sfuggire la più grande opportunità della vostra vita. Il segreto sta nel saperla riconoscere.”
È la stessa filosofia che avrebbe applicato anni dopo allo United, puntando con decisione sui ragazzi del vivaio. “Credevo nei giovani perché, se offri loro un’opportunità, accadono due cose: diventano vere e proprie stelle e possono rimanerti fedeli come allenatore”.
Ryan Giggs, Gary Neville, Paul Scholes e David Beckham divennero così protagonisti di una squadra capace di conquistare Premier League e FA Cup. “Avevamo lavorato per riportare giovani talenti nel club e quel gruppo di ragazzi divenne l’anima dello United. Aggiunsero qualcosa in più. Oltre alle loro grandi doti, avevano voglia di emergere”.
Dalle scelte controverse alle intuizioni sui giovani, Ferguson individua dunque nella capacità di riconoscere il momento giusto uno degli elementi decisivi della sua carriera. Una qualità che, raccontando oggi il proprio passato, continua a considerare fondamentale.