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Lazio, Gattuso non si ferma più: qualcuno comincia a sognare…

I biancocelesti si confermano squadra matura, capace di reagire alle difficoltà e vincere anche senza brillare.

Lazio, Gattuso non si ferma più: qualcuno comincia a sognare…

Non è più soltanto una partenza sorprendente. Dopo dieci giornate, la Lazio di Rino Gattuso ha assunto i contorni di una seria candidata allo scudetto, trasformando l’entusiasmo iniziale in una certezza alimentata da risultati, prestazioni e personalità. Nove vittorie, un solo pareggio e tre punti di vantaggio sull’Inter raccontano un primato solitario che pochi avrebbero immaginato alla vigilia della stagione. Un rendimento straordinario, superiore persino a quello delle Lazio che hanno scritto le pagine più gloriose della storia biancoceleste.

Né la squadra di Sven-Göran Eriksson e Sergio Cragnotti, né quella di Tommaso Maestrelli e Umberto Lenzini erano riuscite a costruire un vantaggio simile dopo il primo quarto di campionato. Un confronto che non assegna titoli, naturalmente, ma rende ancora più significativo il percorso della formazione capitolina.

L’ultima conferma è arrivata contro il Cagliari di Fabio Pisacane, avversario organizzato e particolarmente attento alla fase difensiva. Una partita meno brillante rispetto ad altre esibizioni stagionali, nella quale la Lazio ha dovuto anche inseguire dopo il vantaggio rossoblù, nato da una serie di rimpalli favorevoli e da una disattenzione della retroguardia biancoceleste.

Eppure, proprio la gestione dello svantaggio ha offerto una delle dimostrazioni più convincenti della maturità raggiunta dalla squadra. Nessuna frenesia, nessuna ricerca esasperata della giocata risolutiva. La Lazio ha continuato a sviluppare il proprio calcio, affidandosi ai meccanismi ormai consolidati e alla qualità dei suoi interpreti.

A ristabilire l’equilibrio è stato Isaksen, autore di un tocco raffinato che ha riportato la partita sull’1-1. Da quel momento i biancocelesti hanno aumentato la pressione, costruendo diverse occasioni per completare la rimonta. Taylor e lo stesso Isaksen sono andati vicinissimi al vantaggio con due conclusioni terminate di poco fuori, prima che il gol decisivo arrivasse grazie a Pinamonti, entrato dalla panchina.

Una rete importante non soltanto per il risultato, ma anche perché offre una risposta a uno dei pochi interrogativi che accompagnano questa Lazio: la profondità della rosa. Gattuso ha individuato un gruppo di titolari sul quale costruire gran parte del proprio progetto e le alternative, almeno sulla carta, non sembrano numerose quanto quelle delle principali concorrenti.

Il contributo di Pinamonti, finora utilizzato con una certa parsimonia, dimostra però che anche chi parte dalla panchina può incidere in maniera determinante. Un segnale incoraggiante per il prosieguo della stagione, quando la gestione delle energie diventerà inevitabilmente più importante.

La squadra, del resto, ha già mostrato qualche piccolo segnale di affaticamento. Contro il Cagliari non si è vista la stessa brillantezza esibita nella precedente sfida con il Sassuolo, ma la capacità di vincere anche senza raggiungere il massimo livello rappresenta una caratteristica tipica delle grandi formazioni.

La Lazio sa soffrire, sa aspettare e soprattutto sa reagire. Lo fa attraverso un’organizzazione di gioco riconoscibile, una buona qualità tecnica individuale e una conoscenza reciproca che permette ai calciatori di interpretare le situazioni quasi automaticamente.

Un vantaggio destinato a pesare anche nei prossimi mesi. A differenza di molte rivali, infatti, i biancocelesti non devono affrontare le competizioni europee e possono concentrarsi esclusivamente sul campionato. Una sola partita alla settimana significa più tempo per recuperare, preparare gli avversari e perfezionare ulteriormente i meccanismi collettivi.

È proprio questa continuità nel lavoro quotidiano uno dei principali punti di forza del progetto di Gattuso. Il tecnico ha costruito una squadra capace di occupare gli spazi con intelligenza, mantenere equilibrio tra i reparti e sviluppare un calcio offensivo senza rinunciare alla solidità.

Contro il Cagliari, in particolare, è stato Taylor a distinguersi per qualità e rendimento, confermandosi uno degli elementi più importanti del sistema biancoceleste. Ma il successo è nato soprattutto dalla risposta collettiva, dalla pazienza con cui la Lazio ha cercato prima il pareggio e poi il gol della vittoria.

Dieci giornate rappresentano ormai un campione sufficientemente significativo per distinguere un exploit momentaneo da una squadra costruita per competere ad alti livelli. E la formazione capitolina ha dimostrato di possedere caratteristiche che vanno oltre l’entusiasmo di un inizio di stagione particolarmente favorevole.

Il merito principale è naturalmente di Rino Gattuso, allenatore che ha saputo trasferire al gruppo una mentalità precisa, fondata su lavoro, disciplina e partecipazione. Il suo rapporto con i giocatori, la capacità di coinvolgerli e la volontà di non perdere mai il contatto con la realtà sono diventati elementi distintivi di questa esperienza.

E proprio osservando il percorso della Lazio viene spontaneo un paragone suggestivo con il Verona di Osvaldo Bagnoli, protagonista dello storico scudetto del 1984-85.

Anche quella squadra cominciò il campionato con un ritmo sorprendente, sfidando pronostici e gerarchie consolidate. Bagnoli, recentemente scomparso, accompagnava ogni successo con prudenza, ripetendo una frase diventata celebre: «Dovremo avere buoni freni, perché non potremo andare così forte sempre».

Quei freni, però, non servirono mai. Il Verona continuò a correre fino alla conquista di un titolo rimasto nella storia del calcio italiano.

Le analogie non riguardano soltanto i risultati. Bagnoli poteva contare su due stranieri fondamentali come Preben Elkjær e Hans-Peter Briegel; Gattuso dispone di giocatori capaci di cambiare le partite come Isaksen e Nuno Tavares, oltre a una serie di interpreti che hanno contribuito alla crescita della squadra.

Naturalmente, le differenze tra i due allenatori sono profonde. Bagnoli, milanese della Bovisa, aveva costruito la propria immagine su un realismo quasi pessimista, tanto da meritarsi il soprannome di Schopenhauerattribuitogli da Gianni Brera. Gattuso, originario di Corigliano Calabro, esprime invece una personalità più istintiva e passionale, pur condividendo con il predecessore una visione estremamente concreta del lavoro.

A unirli sono soprattutto l’umiltà, il rispetto per i calciatori e la convinzione che i risultati vadano costruiti giorno dopo giorno, senza lasciarsi trascinare dall’euforia. Entrambi profondamente legati ai propri gruppi, entrambi consapevoli dell’importanza di mantenere equilibrio anche quando tutto sembra funzionare.

La Lazio oggi può davvero sognare in grande, perché il primato non nasce da una serie di episodi fortunati, ma da un’identità precisa e da una continuità di rendimento che nessun’altra squadra è riuscita a garantire.

Gattuso, però, difficilmente cambierà atteggiamento. La classifica autorizza i tifosi a immaginare uno scenario straordinario, mentre l’allenatore continuerà a chiedere lavoro, concentrazione e piedi per terra.

Proprio come Bagnoli quarant’anni fa. Perché gli scudetti non si vincono a novembre, ma è a novembre che si può cominciare a costruirli davvero.