A forza di cercare l’anti-Inter, si rischia di non accorgersi della squadra che all’Inter sta già davanti. La Lazio di Rino Gattuso continua a vincere, convincere e sorprendere, eppure attorno al suo primato resiste una certa diffidenza. Si analizzano le ambizioni della Roma, si celebra la crescita del Como, si valutano le possibilità del Milan. Dei biancocelesti, invece, si continua a parlare come di una splendida anomalia, quasi che il loro primo posto fosse destinato a dissolversi da un momento all’altro. Ma dopo nove giornate, forse, è arrivato il momento di cambiare prospettiva.
Perché la classifica non mente e, soprattutto, non mentono i numeri. Otto vittorie e un pareggio, con l’unico mezzo passo falso arrivato contro il Milan dopo aver dominato il primo tempo ed essere stati avanti di due reti. Poi 22 gol segnati, terzo miglior attacco della Serie A, e appena 7 subiti, che valgono la miglior difesa del torneo nonostante una partita disputata in più rispetto ad alcune concorrenti. Dati che non raccontano una squadra fortunata, ma una formazione organizzata, brillante e perfettamente consapevole dei propri mezzi.
La Lazio non ha bisogno di un fuoriclasse capace di risolvere da solo le partite. Ha costruito la propria forza su un principio molto più semplice e, proprio per questo, difficile da replicare: tutti partecipano, tutti corrono, tutti difendono e tutti possono segnare. Il collettivo viene prima delle individualità, il sacrificio non è negoziabile e l’intensità rappresenta il denominatore comune di ogni prestazione.
Mattia Zaccagni, per carisma e continuità, è probabilmente il riferimento più riconoscibile di questo gruppo. Ma la vera stella, almeno finora, sembra essere l’uomo seduto in panchina.
Già, Gennaro Gattuso. Un allenatore che continua a portarsi dietro qualche pregiudizio, come se la sua immagine di combattente potesse oscurarne le qualità tecniche e la capacità di costruire una squadra. Eppure il lavoro svolto a Formello è sotto gli occhi di tutti. Rino ha trasferito alla Lazio quella cultura dell’applicazione, della disciplina e della responsabilità collettiva che aveva conosciuto da calciatore nel grande Milan. Nessuna scorciatoia, nessuna concessione, nessun privilegio: chi vuole giocare deve lavorare, e chi lavora deve farlo per la squadra.
Il risultato è una formazione che viaggia a un’intensità impressionante. Gattuso lo ha spiegato con una frase che riassume perfettamente la sua filosofia: «che con il lavoro si va a mille all’ora». E questa Lazio, effettivamente, sembra avere sempre una marcia in più.
Corre tanto, ma soprattutto corre bene. Sa quando alzare la pressione, quando abbassarsi, quando attaccare gli spazi e quando accompagnare l’azione con più uomini. La velocità di Nuno Tavares, il dinamismo di Taylor, la qualità di Zaccagni e le accelerazioni di Isaksen sono diventati gli strumenti di un sistema nel quale ogni giocatore conosce perfettamente il proprio compito.
Il dato forse più sorprendente, però, riguarda il punto di partenza. La Lazio non era stata costruita per vincere lo scudetto. Anzi, alla vigilia della stagione, immaginare i biancocelesti in testa alla classifica sarebbe sembrato un esercizio di ottimismo piuttosto azzardato.
Il mercato non aveva portato grandi rinforzi e la società aveva semmai rinunciato ad alcuni elementi importanti. Sullo sfondo, il rapporto sempre più complicato tra la presidenza e una parte consistente della tifoseria, un clima che avrebbe potuto trasformarsi in un ulteriore ostacolo. Le premesse, insomma, suggerivano una stagione di transizione, con l’obiettivo di conquistare un posto nelle competizioni europee. Non certo una corsa al vertice.
E invece Gattuso ha ribaltato le aspettative, trasformando una rosa considerata incompleta in un gruppo capace di esprimere un calcio efficace e spettacolare. Il merito non è soltanto dei risultati, ma della continuità con cui sono arrivati.
Basterebbe guardare alle ultime due partite per capire quanto questa Lazio meriti considerazione. Prima il 3-0 rifilato alla Juventus all’Allianz Stadium, una dimostrazione di forza in uno degli stadi più complicati del campionato. Poi il clamoroso 6-0 contro il Sassuolo, risultato reso ancora più impressionante dai due calci di rigore sbagliati dai biancocelesti.
Sei reti segnate, altre due occasioni dagli undici metri non sfruttate e la sensazione di una superiorità schiacciante. Il tutto contro una squadra che aveva già messo in difficoltà avversarie di primo piano, battendo la Juventus e fermando sul pareggio il Milan. Alla vigilia, la trasferta di Reggio Emilia sembrava nascondere insidie sufficienti per ipotizzare il primo scivolone della capolista. La Lazio, invece, l’ha trasformata in un’altra esibizione di forza.
E qui sta forse la differenza più importante rispetto alle altre pretendenti. La Lazio non sembra avvertire il peso della classifica. Non gioca con l’ansia di dover difendere qualcosa, ma con l’entusiasmo di chi ha scoperto di poter andare oltre i propri limiti. È una squadra che non si specchia nei risultati, non si lascia condizionare dai pronostici e continua a interpretare ogni partita con la stessa intensità.
C’è poi un altro elemento da non sottovalutare: l’assenza di impegni europei. Mentre Inter, Milan, Juventus, Roma e Como devono distribuire energie e attenzioni tra campionato e coppe, Gattuso può lavorare durante la settimana, preparare le partite con maggiore tranquillità e gestire meglio il recupero dei suoi giocatori. Un vantaggio che, con il passare dei mesi, potrebbe diventare sempre più significativo.
Naturalmente, nove giornate non bastano per assegnare uno scudetto. Il campionato è lungo, gli equilibri possono cambiare e arriveranno inevitabilmente momenti più complicati. Ma questo non significa che il primato biancoceleste debba essere considerato provvisorio per definizione. Al contrario, la Lazio ha già dimostrato di avere qualità, organizzazione e personalità sufficienti per essere presa sul serio.
C’è qualcosa di profondamente affascinante in questa squadra. Non ha i nomi più celebrati, non ha speso cifre astronomiche sul mercato e non era stata indicata tra le favorite. Eppure continua a correre davanti a tutti, proprio come quei gregari che lavorano nell’ombra, accompagnano i capitani più illustri e, quando arriva il momento decisivo, trovano la forza per tagliare per primi il traguardo.
L’Inter resta una delle grandi favorite, ma oggi è costretta a inseguire. E forse sarebbe il caso di smettere di domandarsi chi possa diventare la sua principale antagonista, perché la risposta è già scritta nella classifica.
Si chiama Lazio. La allena Gattuso. E, almeno per il momento, non ha nessuna intenzione di rallentare.