Per mesi Gianluca Rocchi ha vissuto dentro una tempesta che ha finito per travolgere non soltanto il suo ruolo nel mondo arbitrale, ma anche la sua vita privata. Ora che l’inchiesta per frode sportiva in concorso è stata archiviata, l’ex designatore ha scelto di raccontare tutto, tornando su quei giorni in cui si è trovato improvvisamente al centro dei sospetti e di una vicenda che, come ha spiegato al Corriere dello Sport, gli ha cambiato completamente la quotidianità.
“Mi è esplosa una bomba nella vita”, è il modo con cui Rocchi ha descritto l’inizio di quella vicenda. Una frase che riassume lo stato d’animo di un uomo che, dall’oggi al domani, si è ritrovato a chiedersi continuamente perché fosse successo proprio a lui: “Me lo sarò ripetuto cinquanta volte. Perché a me? Cosa ho combinato? Da impazzire”. Poi, racconta, la situazione è progressivamente peggiorata: “Ho letto e ascoltato di tutto. Ero il mostro. Ma mostro perché?”.
“Ho dovuto spiegare tutto ai miei figli”
L’indagine ha avuto conseguenze pesanti anche fuori dal campo. Rocchi ha raccontato di essersi ritrovato a dover spiegare la situazione ai propri figli, mentre i genitori gli sono rimasti accanto con parole di sostegno. Una condizione che l’ex arbitro ha paragonato a una sorta di incubo dal quale non riusciva a svegliarsi.
“Mi sono ritrovato con la vita stravolta”, ha raccontato, descrivendo la sensazione di aver perso improvvisamente ogni punto di riferimento. “Una bolla, ecco. Ogni tanto mi osservo da fuori e mi auguro di svegliarmi da un incubo”.
Ancora più difficile da gestire è stato il vuoto generato dall’autosospensione. Rocchi ha spiegato di aver scelto volontariamente di farsi da parte per rispettare i propri principi e tutelare gli arbitri: “Non avrei potuto fare diversamente. Avevo delle responsabilità nei confronti dei ragazzi. Volevo che finissero la stagione in condizioni accettabili, senza pressioni supplementari”.
Una decisione coerente con il suo modo di intendere il ruolo, ma che gli ha tolto improvvisamente quella quotidianità vissuta per anni a ritmi praticamente incessanti. “Quando passi da impegni h24, perché il designatore non stacca mai, al nulla cosmico”, ha spiegato, “quello che avevo rincorso per anni, un po’ di tempo libero per stare con i miei figli e occuparmi di me stesso, diventa improvvisamente un disagio”.
I rapporti con l’Inter: “Marotta? Mai sentito”
Uno dei punti centrali dell’inchiesta riguardava i presunti rapporti tra Rocchi e alcuni dirigenti dell’Inter. Su questo aspetto l’ex designatore è stato categorico, negando qualsiasi contatto privilegiato con i vertici nerazzurri.
“Marotta? Mai sentito, così come non ho mai avuto, né cercato rapporti con altri dirigenti”, ha spiegato. Proprio per evitare situazioni di questo tipo, Rocchi aveva introdotto anche la figura del referee manager, un professionista incaricato di gestire i rapporti con i club.
E sulle continue proteste delle società nei confronti della classe arbitrale, Rocchi ha rivendicato la propria indipendenza: “Io posso garantirti che non ho mai favorito o maltrattato squadre, decidendo sempre in totale autonomia”.
Il mea culpa sul Var
Nel suo lungo racconto non è mancata neppure una riflessione sugli errori commessi durante il periodo alla guida degli arbitri. Rocchi non si è tirato indietro e ha individuato soprattutto nella gestione del Var uno dei propri principali rimpianti.
“Errori ne ho certamente commessi, il principale la scorsa stagione”, ha ammesso. “La linea del Var l’ho toppata, ho trasmesso un messaggio sbagliato: meglio più Var che meno”.
Un’autocritica che riguarda non soltanto le decisioni tecniche, ma anche il modo in cui quelle indicazioni sono state comunicate all’esterno. “Anche in termini di comunicazione un grosso errore”, ha riconosciuto.
Adesso, con l’inchiesta archiviata, Rocchi può finalmente guardare a quei mesi con una prospettiva diversa. Resta il peso di un’esperienza che ha definito devastante, ma anche la consapevolezza di aver attraversato una delle fasi più complicate della propria carriera senza rinunciare ai principi che, per anni, aveva messo al centro del proprio lavoro.