Sei anni dopo la notte più dolorosa, Alexander Zverev si prende finalmente la sua rivincita a New York. Il tedesco supera Ben Shelton in finale e aggiunge il titolo statunitense a quello conquistato a Parigi, trasformando il 2026 nella stagione della definitiva consacrazione. Due Slam nello stesso anno dopo una carriera trascorsa a inseguire quel primo grande trionfo che sembrava non arrivare mai.
«È una sensazione incredibile, soprattutto pensando alla delusione che avevo vissuto qui nel 2020. Riuscire finalmente a sollevare questo trofeo è qualcosa di fantastico», racconta Zverev al termine della finale.
Zverev era così concentrato da non sapere di aver vinto
Il momento più curioso della partita arriva proprio alla fine. Zverev non si era nemmeno accorto di aver chiuso il match. La tensione, la concentrazione e il rumore assordante dell’Arthur Ashe Stadium lo avevano completamente isolato dal resto.
«Pensavo che il punteggio fosse 5-1. Sapevo di avergli strappato il servizio due volte, ma ero convinto che fossimo sul 5-1 invece che sul 6-2. In un certo senso questo mi ha aiutato, perché non sono diventato nervoso pensando di dover servire per chiudere la partita».
Una sorta di bolla mentale che gli ha permesso di giocare senza pensare al traguardo ormai vicinissimo.
«Ero completamente in the zone. Non sentivo assolutamente il rumore, ero dentro una specie di tunnel nel quale non percepivo niente. Con il pubblico così rumoroso è impossibile sentire l’arbitro, quindi non ho nemmeno sentito quando ha annunciato game, set e match. Alla fine credo semplicemente di essermi dimenticato il punteggio».
La chiave contro Shelton: altezza e profondità
La finale contro Shelton ha proposto diversi momenti di equilibrio e, dopo il terzo set, sembrava ancora poter cambiare direzione. Zverev ha però individuato con grande lucidità la chiave tattica per limitare la potenza dell’americano.
«Non è una questione di velocità di palla. Mi concentro soprattutto sull’altezza e sulla profondità. Quando giochi veloce ma piatto, lui riesce a gestire molto meglio il rovescio rispetto a quando gli giochi una palla più alta».
Il tedesco ha poi sottolineato la crescita del suo avversario, soprattutto dal punto di vista della continuità.
«Ben è molto talentuoso, ma allo stesso tempo lavora tantissimo. Vedi continuamente lui e suo padre lavorare su aspetti diversi, dopo le partite e prima delle partite, e ogni anno continua a migliorare qualcosa. Oggi credo abbia mostrato il miglior rovescio che abbia mai giocato contro di me».
Un’evoluzione evidente rispetto alle prime sfide tra i due: «Qualche anno fa era sempre pericoloso, aveva già quel servizio e quel diritto, ma se riuscivi a rimandargli tre o quattro palle poteva arrivare l’errore. Oggi non è stato assolutamente così».
«Non sono il più talentuoso, sono uno di quelli che lavora di più»
Il secondo Slam stagionale restituisce anche un’immagine diversa di Zverev, molto più consapevole del percorso che lo ha portato ai vertici.
«Credo di essere sicuramente fra i giocatori che lavorano di più nel circuito. Non penso di essere il più talentuoso, non credo di avere quel talento naturale che hanno altri giocatori. Gran parte del mio tennis nasce dal duro lavoro, dalle tantissime ore trascorse sul campo, in palestra e sulla pista di atletica. È così che sono diventato il giocatore che sono».
Una mentalità che lo ha accompagnato anche nei momenti più complicati e che oggi gli permette di guardare tutti dall’alto nella Race ATP.
Zverev numero 1 della Race: «Sinner resta davanti se tutti sono sani»
Il successo di New York porta Zverev al numero 1 della Race, davanti a Jannik Sinner, mentre nel ranking ATP occupa la seconda posizione. Un sorpasso che il tedesco analizza senza lasciarsi trascinare dall’entusiasmo.
«Se sono il miglior giocatore del mondo in questo momento? Bisogna prendere in considerazione tutto. Con Jannik Sinner infortunato e Carlos Alcaraz appena rientrato dopo quattro mesi di stop, in questo preciso momento probabilmente sì».
Poi arriva la precisazione: «Se invece fossero entrambi sani e al massimo del loro livello, forse no. Quattro o cinque mesi fa, quando loro stavano bene, ero io a non stare bene e perdevo continuamente contro Jannik. Quindi, se tutti sono in salute, credo che Jannik sia ancora davanti. È così semplice».
La ferita del 2020 è finalmente chiusa
New York, per Zverev, non è però soltanto un secondo Slam. È il luogo nel quale sei anni fa aveva visto sfumare il sogno più importante, dopo una finale persa quando sembrava ormai a un passo dal titolo.
Quella cicatrice, oggi, sembra definitivamente rimarginata.
«Credo che le cicatrici della finale del 2020 siano in qualche modo scomparse dopo la mia vittoria a Parigi. L’avevo detto anche a Wimbledon: nonostante avessi perso quella finale, mi ero goduto la partita, mi ero goduto il fatto di essere in una finale Slam, di giocare sul Centre Court, davanti a un pubblico fantastico e in un’atmosfera speciale».
Prima del trionfo parigino, invece, il peso di quella domanda era diventato enorme: avrebbe mai vinto uno Slam?
«Sentivo continuamente una grande pressione, perché c’era sempre quella domanda: riuscirò mai a vincerne uno? Adesso provo soprattutto gioia quando posso giocare finali di questo tipo».
A Parigi aveva cancellato il dubbio. A New York ha cancellato il passato. E il 2026 di Zverev, da semplice stagione della rinascita, è ormai diventato quella della consacrazione.