La Spagna ha conquistato il Mondiale con pieno merito, ma il suo trionfo non è nato dal caso né da una singola giocata. Dietro il successo della Roja c’è soprattutto il lavoro di Luis de la Fuente, capace di trasformare una nazionale in una squadra con meccanismi e automatismi degni di un club.
È questa la vera forza degli spagnoli: ogni giocatore conosce perfettamente il proprio ruolo, i movimenti da eseguire e le scelte da prendere in ogni fase della partita. Un livello di organizzazione raro per una selezione nazionale, che dispone dei propri calciatori solo per pochi raduni all’anno. Eppure la Spagna ha ridotto al minimo gli errori, sia collettivi sia individuali, dominando il torneo fino alla finale vinta contro l’Argentina.
Il gruppo prima di tutto
Uno dei maggiori meriti di De la Fuente è stato quello di costruire una squadra senza gerarchie intoccabili.
Anche il giocatore più atteso, Lamine Yamal, arrivato al Mondiale non al meglio della condizione, è stato gestito come qualsiasi altro componente della rosa. Il talento del Barcellona ha accettato un ruolo meno centrale, mettendo sempre il collettivo davanti alle esigenze personali.
Lo stesso principio è valso per Pedri, sostituito senza esitazioni quando il suo rendimento è calato, lasciando spazio a un Fabian Ruiz capace di dare maggiore equilibrio. Per il commissario tecnico conta solo il merito: chi garantisce il massimo gioca, indipendentemente dal nome o dal club di appartenenza.
Rodri e Cubarsí, le colonne della Roja
Se la Spagna non vive di individualità, ci sono comunque due figure che ne rappresentano l’anima.
La prima è Rodri, autentico punto di riferimento del centrocampo. Il Pallone d’Oro ha diretto ogni fase del gioco con intelligenza, senso della posizione e una straordinaria capacità di aiutare i compagni nei momenti di difficoltà.
L’altra rivelazione è Pau Cubarsí. Il difensore classe 2007 ha impressionato per maturità, personalità e qualità tecniche, confermandosi uno dei migliori giovani dell’intero torneo. Solido in marcatura, preciso nell’impostazione e sempre lucido nelle scelte, ha commesso un solo errore in tutto il Mondiale.
Una difesa da record
Il titolo mondiale si è costruito soprattutto partendo dalla fase difensiva.
Con Cubarsí e Laporte al centro, Pedro Porro e Cucurella sulle corsie e Unai Simón tra i pali, la Spagna ha messo insieme numeri straordinari: un solo gol subito in tutto il torneo e appena otto tiri nello specchio concessi agli avversari.
Anche il portiere ha interpretato un ruolo moderno, partecipando alla costruzione dell’azione con uscite puntuali e grande sicurezza, diventando di fatto un uomo in più nel possesso della squadra.
Una nazionale destinata a durare
La sensazione è che questo ciclo sia soltanto all’inizio.
Molti dei protagonisti del trionfo avranno ancora un’età ideale nel 2030. Cubarsí e Yamal arriveranno al prossimo Mondiale a soli 23 anni, mentre giocatori come Ferran Torres saranno ancora nel pieno della maturità calcistica.
La base tecnica e tattica è già solidissima. Se nei prossimi anni dovesse emergere anche un centravanti di livello assoluto, capace di garantire continuità realizzativa, la Roja potrebbe aprire una nuova era di dominio internazionale.
Il Mondiale appena conquistato certifica la forza della Spagna di oggi, ma lascia anche un messaggio alle rivali: questa squadra ha già raggiunto l’eccellenza e, per età e qualità, ha ancora ampi margini per migliorare.