La prima esultanza di Luis de la Fuente da commissario tecnico campione del mondo dura appena qualche istante e rompe tutti gli schemi. Nessuna corsa liberatoria, niente pugni al cielo o scivolate sull’erba. Solo un sorriso accennato, lo sguardo rivolto ai suoi giocatori e una lunga serie di strette di mano. È la reazione di un allenatore che vive il successo con naturalezza, quasi fosse il compimento di un percorso iniziato molti anni prima.
Per comprendere davvero il trionfo della Spagna bisogna infatti tornare indietro nel tempo, quando De la Fuente non guidava ancora la Nazionale maggiore ma lavorava silenziosamente nel settore federale, accompagnando un’intera generazione attraverso tutte le rappresentative giovanili. Il Mondiale conquistato oggi è il frutto di quel progetto. Nella squadra che conquistò l’argento olimpico a Tokyo nel 2021 c’erano già Unai Simón, Cucurella, Zubimendi, Merino, Oyarzabal, Pedri e Dani Olmo, sette protagonisti che oggi sono diventati campioni del mondo. Ancora prima, nell’Europeo Under 21 del 2019, lo stesso tecnico aveva già guidato Merino, Oyarzabal, Dani Olmo e Fabián Ruiz, costruendo le basi della Roja del futuro.
In un calcio sempre più dominato dall’urgenza del risultato, De la Fuente ha scelto la strada opposta: quella della continuità. Ha visto questi calciatori crescere da adolescenti, ne conosce qualità, limiti e personalità. Un patrimonio umano che nessun algoritmo può sostituire. Quando la Federazione lo scelse come successore di Luis Enrique, molti considerarono quella decisione prudente. In realtà fu una scelta profondamente innovativa: affidare la Nazionale a chi aveva già costruito il futuro del movimento calcistico spagnolo.
Il curriculum, del resto, parlava da sé. Prima della promozione sulla panchina della Roja, De la Fuente aveva già conquistato un Europeo Under 19, un Europeo Under 21 e una medaglia d’argento olimpica. Ma soprattutto aveva sviluppato un’idea precisa di calcio. Senza rinnegare la tradizione del possesso palla, ha aggiornato il modello spagnolo introducendo maggiore verticalità, pressione alta, intensità e aggressività nella riconquista del pallone.
La Roja di oggi rappresenta la perfetta sintesi tra il calcio che ha dominato il mondo dal 2008 al 2012 e quello moderno. Mantiene la qualità tecnica che da sempre la contraddistingue, ma la abbina a ritmi elevati, occupazione intelligente degli spazi e continua ricerca della porta avversaria. Una squadra capace di controllare il gioco non soltanto attraverso il possesso, ma anche imponendo il proprio dominio territoriale.
I risultati raccontano meglio di qualsiasi analisi l’efficacia del progetto: Nations League nel 2023, Europeo nel 2024 e Mondiale nel 2026. Un ciclo straordinario impreziosito da 38 risultati utili consecutivi, nuovo record assoluto per una nazionale.
Ridurre tutto ai numeri, però, sarebbe ingeneroso. La grandezza di De la Fuente emerge soprattutto nelle scelte. Alcune erano inevitabili, come affidarsi al talento di Lamine Yamal. Altre molto più coraggiose, come consegnare il centro della difesa a Pau Cubarsí, classe 2007, poi premiato come miglior giovane del Mondiale. O ancora confermare la fiducia a Unai Simón e Laporte, reduci da una stagione complicata.
Da queste decisioni è nata una delle difese più solide mai viste in un Mondiale. La Spagna ha incassato appena un gol in tutto il torneo e il record di imbattibilità di Unai Simón non è figlio del caso, ma della forza di un’organizzazione collettiva nella quale ogni calciatore conosce perfettamente il proprio ruolo.
L’aspetto più affascinante, però, resta un altro. Guardando giocare questa Spagna si ha la sensazione di osservare una squadra di club più che una selezione nazionale. I giocatori si cercano automaticamente, anticipano i movimenti dei compagni, interpretano ogni situazione con naturalezza. Il motivo è semplice: molti di loro sono cresciuti insieme, hanno condiviso anni di convocazioni, finali giovanili, vittorie e delusioni. De la Fuente è stato il filo conduttore di questo percorso, senza dover costruire una cultura di gruppo perché quella cultura esisteva già.
Probabilmente è stato proprio dopo l’Europeo del 2024 che qualcosa è cambiato definitivamente. La Spagna ha smesso di sentirsi semplicemente forte e ha iniziato a percepirsi come la migliore del mondo. Lo spiegano perfettamente le parole pronunciate dal ct dopo la semifinale vinta contro la Francia: «Abbiamo affrontato la migliore selezione del mondo, ma noi siamo la migliore squadra del mondo». Non era arroganza, ma consapevolezza.
Oggi quella convinzione è stata certificata dal titolo mondiale. E osservando l’età media della rosa, appena 26,8 anni, viene spontaneo pensare che questo ciclo sia soltanto all’inizio. Nel calcio le dinastie si riconoscono sempre con il passare del tempo, ma la Spagna possiede già tutti gli elementi necessari per aprire un’epoca: talento, identità, continuità, organizzazione e una fiducia collettiva che sembra crescere a ogni partita. Molto del merito appartiene a un allenatore che inizialmente sembrava avere poco fascino mediatico. Poi ha fatto parlare soltanto il campo. E ha vinto tutto.