Baresi prima di tutti. C’erano campioni straordinari in quei Milan, fuoriclasse capaci di decidere una partita con una giocata, ma quando il Milan entrava in campo c’era un uomo che rappresentava tutti gli altri. Franco Baresi non era soltanto il capitano: era il punto di riferimento, il leader silenzioso, il simbolo di una squadra destinata a diventare leggenda. Per tutti era semplicemente “Piscinin”, il ragazzino. In realtà era un gigante, il volto di un’epoca irripetibile del calcio.
Quando gli veniva chiesto in quale momento quel Milan fosse diventato davvero imbattibile, la risposta era sempre la stessa. Nessun merito personale, nessun protagonismo. “Non io, tutti. Io ero solo il libero. Tutti. Sacchi, Capello e la Squadra. Sì, scrivetela in maiuscolo: Squadra. Grande, meravigliosa, immensa. Noi eravamo il Milan”. Era questo il suo modo di interpretare il calcio: il collettivo prima di ogni individualità.
Anche nelle sconfitte manteneva la stessa serenità. “Sì, ok, abbiamo perso. E allora? Succede, capita. Chi non perde? Ma noi siamo il Milan”. Una convinzione maturata negli anni e raccontata anche nel suo libro Libero di sognare, dove individuava una data precisa per la nascita del Milan degli Invincibili: la semifinale di Coppa dei Campioni del 1989 contro il Real Madrid.
“Forse abbiamo cominciato a diventare Invincibili contro il Real Madrid nell’aprile del 1989, quando dipingemmo il nostro capolavoro. Dominammo sotto ogni punto di vista: tecnico, tattico, fisico e mentale. Alla fine vincemmo 5-0. Non smettemmo mai di attaccare. Arrigo disse: ragazzo, è la partita perfetta”.
Di quella notte Baresi ricordava ogni dettaglio, a partire dalla formazione. “Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, poi Filippo Galli, Costacurta, io, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, poi Virdis, Ancelotti”. E non dimenticava nemmeno chi sedeva in panchina: “Certo: Pinato, Mussi, Viviani. Il nostro grandissimo Arrigo, Ramaccioni, il dottor Monti”. Un ricordo vivido di una serata nella quale la difesa rossonera dominò il Real Madrid, mandando ripetutamente gli spagnoli in fuorigioco grazie ai perfetti movimenti orchestrati proprio dal suo capitano.
“Contro il Real non avvertivo nemmeno la stanchezza, sospinto dall’entusiasmo di San Siro. Erano in ottantamila o forse novanta. Sembrava respirassimo assieme, come fossimo un corpo unico”. Una sensazione che sintetizzava il rapporto speciale tra quella squadra e il suo pubblico, culminato con il celebre 5-0 che lasciò senza parole anche il presidente madridista Ramon Mendoza.
Poche settimane più tardi arrivò un’altra pagina destinata a entrare nella storia. A Barcellona il Milan travolse 4-0 la Steaua Bucarest nella finale di Coppa dei Campioni. Fu Baresi, da capitano, a sollevare il trofeo dopo vent’anni di attesa. “Il 4-0 contro la Steaua Bucarest, che aveva vinto la Coppa dei Campioni nell’86, fu la naturale conseguenza di quella notte magica. Eravamo campioni d’Europa, dopo vent’anni. Da capitano fui il primo ad alzare la coppa. Molti ancora oggi mi chiedono cosa si prova. Per capirlo, banalmente andrebbe vissuto. E io stesso l’ho compreso col tempo. Solo quando mi sono allontanato dal campo, terminata la carriera, sono riuscito ad assaporare appieno quel momento. Forse perché le cose grandi si vedono meglio a distanza”.
L’epopea proseguì con Fabio Capello. Se il Milan di Sacchi venne definito quello degli Immortali, quello del nuovo tecnico conquistò il soprannome di Invincibili. Sempre con Baresi al comando. “Capello, partendo dalla base lasciata da Sacchi, trovò il modo di darci ancora più solidità difensiva. Da una parte ci lasciava più liberi di esprimerci in campo, dall’altra ci diede maggiore responsabilità. Ci trasmise grande concretezza in ogni situazione di gioco”. Fu l’inizio di una straordinaria serie di 58 partite consecutive senza sconfitte in campionato e del record di 929 minuti senza subire reti.
“Per questo motivo, e per la lunga serie di successi, il Milan di Capello sarebbe passato alla storia come quello degli Invincibili”. Attorno a lui arrivarono tanti campioni, da Boban a Savicevic, da Desailly a Weah, ma il legame più forte rimase quello con la storica linea difensiva composta insieme a Tassotti, Maldini, Filippo Galli e Costacurta. “Ognuno rendeva migliore l’altro”.
Anche Arrigo Sacchi aveva capito subito di avere tra le mani un leader unico. Lo spronava continuamente: “Franco gioca la palla. Franco, ogni volta che fai un lancio lungo mi dai un dispiacere”. E Baresi, senza esitazioni, riconosceva il valore del suo allenatore: “Ha ragione Ancelotti, Sacchi è avanti nei tempi e ci ha convinto tutti”. Il tecnico di Fusignano lo ha sempre descritto con parole rimaste nella memoria: “Franco è il coraggio, il nostro capo-capitano, la maglia del Milan gli è entrata sotto la pelle. Franco è monumentale. Trasmette calma e forza a tutti, in tutte le partite, in tutte le bolgie. Ogni volta che sale con palla al piede, le fiamme dell’inferno si spostano”. Un ritratto perfetto di chi ha incarnato, come pochi altri, la storia del Milan.