Calcio

Addio a Osvaldo Bagnoli, l’allenatore dello scudetto del Verona

Ci lascia a 91 anni il Mago della Bovisa, persona perbene, artefice di grandi imprese calcistiche

Addio a Osvaldo Bagnoli, l’allenatore dello scudetto del Verona

Il calcio italiano saluta Osvaldo Bagnoli, storico allenatore dello scudetto dell’Hellas Verona. Aveva 91 anni ed è morto a Verona dopo una lunga malattia neurodegenerativa. Nato a Milano, era conosciuto come il “Mago della Bovisa”, soprannome che richiamava il quartiere in cui era cresciuto.

L’impresa del campionato 1984/85 con il Verona

Se da calciatore aveva costruito una carriera solida, vestendo le maglie di Milan, Verona, Udinese, Catanzaro e Spal, è da allenatore che Bagnoli ha scritto una delle pagine più straordinarie del calcio italiano.

La sua impresa resterà per sempre legata all’Hellas Verona, che guidò alla conquista dell’unico scudetto della propria storia nella stagione 1984-85. Un traguardo nato da un progetto iniziato nel 1981, quando la squadra militava ancora in Serie B. Dopo l’immediata promozione, arrivarono due finali di Coppa Italia e, infine, il capolavoro del titolo nazionale.

Il Verona di Bagnoli si distingueva per una straordinaria organizzazione tattica, una difesa a zona impeccabile e un gioco essenziale ma estremamente efficace. La squadra seppe imporsi grazie ai gol di Giuseppe “Nanu” Galderisi, alla qualità di Antonio Di Gennaro e alla velocità di Pierino Fanna, i due stranieri Elkjaer e Briegel, e valorizzando calciatori che nelle grandi squadre avevano trovato poco spazio.

Il vero punto di forza, però, era il collettivo. Bagnoli riuscì a creare un gruppo compatto e competitivo, capace di colmare il divario tecnico con le grandi del campionato attraverso disciplina, organizzazione e spirito di sacrificio. Il suo calcio, fondato su fuorigioco, ritmi controllati e contropiede, non cercava il consenso estetico, ma l’efficacia.

A conferma della solidità di quella squadra, il Verona concluse il campionato con la miglior difesa della Serie A: appena 19 reti subite in 30 partite, sotto la guida del capitano Roberto Tricella. Sulle fasce correvano Fanna e Marangon, mentre in attacco la coppia Elkjaer-Galderisi completava un meccanismo quasi perfetto, capace di interrompere il dominio delle grandi del calcio italiano.

Un’impresa che richiama quella del Cagliari del 1970, ma con una differenza sostanziale: se i rossoblù potevano contare sul fuoriclasse Gigi Riva, il Verona costruì il proprio successo esclusivamente sulla forza del gruppo e sulla sapienza del suo allenatore.

Emblematiche le parole di Nils Liedholm: «I punti di forza del suo Hellas sono il gruppo, il contropiede micidiale, la capacità di lottare in ogni occasione e, soprattutto, Osvaldo Bagnoli, un combattente di razza.»

La vittoria ad Anfield con il Genoa e l’anno e mezzo all’Inter

Conclusa nel 1990 la lunga avventura veronese, terminata con la retrocessione, Bagnoli passò al Genoa, dove in due stagioni firmò un’altra impresa. Con la squadra del presidente Aldo Spinelli conquistò il quarto posto in Serie A e raggiunse la semifinale di Coppa UEFA.

Indimenticabile il successo di Anfield contro il Liverpool, prima vittoria di una squadra italiana sul campo dei Reds. Quel Genoa poteva contare sulla coppia d’attacco Skuhravy-Aguilera, sul brasiliano Branco, sul capitano Gianluca Signorini e sul campione del mondo Fulvio Collovati.

Successivamente approdò all’Inter. Nella stagione 1992-93 centrò il secondo posto alle spalle del Milan di Fabio Capello, ma l’anno seguente venne esonerato durante una delle annate più difficili della storia nerazzurra.

Una decisione che il presidente Ernesto Pellegrini avrebbe poi definito un errore. In un’intervista rilasciata anni dopo alla Gazzetta dello Sport, confessò: «Dopo trent’anni posso ammettere di aver sbagliato a esonerare Bagnoli. Era una persona perbene e un grande allenatore, il migliore che ho avuto insieme a Trapattoni.»

Dopo quell’esperienza, Bagnoli decise di chiudere definitivamente la propria carriera in panchina. Pur non avendo ancora compiuto sessant’anni, preferì dedicarsi alla famiglia, una scelta che non ha mai rimpianto.

Con la sua scomparsa se ne va uno degli allenatori più rispettati e innovativi del calcio italiano, protagonista di una delle imprese sportive più sorprendenti di sempre.